Magicamicizia

di Andrea Bouchard

gli istrici SALANI

 

  

ANTEFATTI

   

NATA SOTTO IL SEGNO DEI DOLCI

 

 

“Uuuuuhhhmmm!”

   L’ambulanza avanzava velocissima, passando col rosso e facendo le curve su due ruote.

   “Uuuuuhhhmmm!”

   “Non puoi andare più forte?” chiese l’infermiere al collega al volante.

   “Sto andando a tavoletta”.

   “Eh lo so; ne hai già mangiate cinque”.

   “Dammene un'altra!” ordinò l’autista nervoso.

   “Sono finite” rispose l’infermiere, col camice tutto sporco di cioccolato. “Però ci sono i bignè, il torrone e l’uovo di Pasqua”.

   L’autista addentò un torrone bianco alle nocciole, mentre il collega scartava un uovo alto due metri.

   “Uuuhhhmmm!”

   Non era la sirena dell’ambulanza a produrre quel suono, ma le loro bocche che si gustavano quelle delizie.

   Nella parte posteriore c’era una signora con una grande pancia, che diceva: “Vi prego, prendete un’altra fetta della mia torta ai pinoli”.

   Un medico le teneva il polso con una mano e con l’altra mangiava un gelato a sette gusti. Il marito aveva sulle gambe un vassoio di paste e in mano un’enorme coppa di fragole con la panna. Il pavimento era cosparso di caramelle.

   La donna, con un lecca lecca in bocca, disse: “Grazie, grazie, continuate così; voglio che mia figlia nasca veramente buona e dolce”.

   Arrivarono all’ospedale e la mamma, mentre veniva trasportata in barella, parlava al cellulare: “Pronto? E' il forno Torta-alla-tua-porta? Per favore con urgenza un tiramisù e un pandoro al limone, alla sala parto numero sette”.

   Prima di partorire pregò i medici di mangiarsi almeno una fetta di pandoro. “Ma le matte capitano tutte a noi?” borbottò il capo sala mentre si lavava le mani con l’aranciata.

   Venne alla luce una bellissima bambina, con la pelle bianca come la panna e gli occhi color cioccolato. La mamma la prese e se la strinse al viso, con un sorriso grande come il sole: “E’ incredibile! Profuma di pandoro al limone! Viene voglia di leccarla!”

   La bambina rispose con un sorriso esagerato.

   In quel momento entrò un impiegato con un registro: “Signori genitori buongiorno, come volete chiamare la neonata?”

"Pandora!" gridò la mamma.

Un attimo dopo accadde qualcosa di molto strano. La piccola Pandora vide il dottore alzare il braccio per fare un’iniezione alla mamma e si spaventò; fissò la siringa che avanzava e il suo cuore si mise a battere forte per la paura. Quando il medico infilò l’ago si sentì “splash”: la siringa era sparita e al suo posto c’era un cannolo alla crema, mezzo spiaccicato sul sedere della mamma.

 

 

 

SOTTO IL SEGNO DEI CUCCIOLI

 

 

 

“Uauuuuuuuuuuuhh!”

   In quello stesso momento un’altra ambulanza avanzava a fatica nel traffico, andando a zig zag per evitare le macchine.

   “Uauuuuuuuuhhh!”

   A un certo punto rimase bloccata in mezzo a un incrocio. “Basta, non ce la faccio più!” gridò l’autista. “Tirami almeno via ‘sta scimmia dalla testa”.

   “Non posso” rispose l’infermiere che gli stava accanto, “con questo maiale in braccio non riesco a muovermi!”

   “Almeno toglimi le galline dalle gambe, fanno la cacca sul freno e mi scivola il piede”.

   “Dovrei prima spostare la pecora dal cambio”.

   “Uauuuuuuhhh!”

   Non era la sirena a fare “Uauuh!”, ma un gruppo di cuccioli che stavano nella parte posteriore dell’ambulanza, dove c’erano anche dodici gattini, venti criceti, cinque tartarughe, un piccolo canguro e una donna incinta col marito.

   “Vi ringrazio tantissimo, so che è faticoso sopportare tutti questi animali” disse la signora, “ma ci tengo troppo che mio figlio nasca giocherellone e affettuoso come un cucciolo”.

   Nel cortile dell’ospedale la mamma fu caricata su una barella trascinata da cani da slitta, che la portarono fino alla sala parto, dove c’era un enorme acquario con pesci di tutti i colori e cinque cagnolini che giocavano sul letto.

     Dopo pochi minuti nacque un bellissimo bambino, con le lentiggini, gli occhi azzurri e i capelli biondi già lunghi, che formavano minuscoli riccioli. I cuccioli si avvicinarono e lo leccarono, facendolo smettere di piangere. Allora la mamma lo prese in braccio e, con gli occhi che brillavano come stelle, disse: “Questo è il bambino dei miei sogni, sembra un cucciolo”.

   Entrò l’impiegato comunale e chiese come lo volessero chiamare.

“Musi”, disse la mamma, pensando ai musi dei cagnolini.   L'impiegato però capì male, perché Musi era un nome che non aveva mai sentito, e scrisse sul registro 'Musli', che gli piaceva e lo mangiava sempre a colazione. Così il bambino si chiamò Musli, per sbaglio.

   Al momento di tagliare il cordone ombelicale il dottore disse: “Forbici!” Ma l’infermiera era uscita col papà a prendersi un caffè e nella sala non c’era nessuno.

   Il dottore, curvo sulla mamma, ripetè più forte “FORBICI!”, un po’ arrabbiato. Il piccolo Musli lanciò uno sguardo a uno dei cagnolini, il quale saltò sul tavolo, prese le forbici in bocca e le porse al dottore, che le afferrò senza voltarsi: “Ah, finalmente, ma che fai, Gisella, dormi!” Tagliò il cordone mentre il piccolo Musli guardava il cucciolo con due occhi furbetti.

 

 

... DEI MOBILI

 

 

 

 

 

“Vvvvvvvvvvvvvvvv”.

   In un’altra parte della città una terza ambulanza viaggiava vuota e senza sirena.

   "Vvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvvv"

   Due dottoresse erano sedute davanti, ma dietro non c’era nessuno. La mamma che stava per partorire non era lì; aveva deciso di far nascere suo figlio in casa e stavano andando da lei per aiutarla.

   Quando entrarono nel suo appartamento sentirono una voce che diceva: “Finalmente! Sento che sta per uscire”.

   Corsero in camera da letto, ma… non c’era nessuno.

   “Fate presto! Fate presto!” gridò la donna.

   Andarono in salotto, ma era vuoto.

   “Sono qui! Sono qui!”

   Cucina e bagno erano deserti.

   “Ma che fa, signora, si diverte? Gioca a nascondino?”

   “No, no! Sono nella stanza del bambino!”

   Si precipitarono nella cameretta e videro una donna con una pancia enorme, infilata dentro un lettino per neonati.

   “Ma, signora, è impazzita! Esca subito da lì!”

   “No, no, resto qui, mio figlio deve nascere nella sua stanza, si deve abituare fin da subito”.

   “Non dica sciocchezze! Vada subito nel suo letto”.

   “E no, care! Non sono mica stupida. Se nasce nel mio lettone il bambino si vizia, poi vorrà sempre dormire con me e diventa mammone e piagnone. Col lavoro che faccio sarebbe impossibile”.

   “Perché, cosa fa?”

   “Sono pilota di aerei; a volte non torno la notte e non lo posso portare con me, se piange mi distrae e mi fa finire contro una montagna. Mio figlio lo voglio forte e indipendente, deve cominciare subito a dormire da solo, per questo gli ho fatto una stanza così bella.”

   La cameretta in effetti era meravigliosa: il lettino era a forma di guscio di tartaruga rovesciato e dondolava in tutte le direzioni; l’armadio aveva la faccia di un elefante, con le due ante a forma di orecchie e una proboscide al centro. Il tavolo sembrava un cavallo, il lampadario un gabbiano. Su tutti gli oggetti la mamma aveva disegnato occhi, naso e bocca, per renderli più simpatici. Per questo, quando il bambino uscì dalla pancia, pensò che i mobili fossero vivi e gli sorrise.

   La dottoressa non ci voleva credere: “Guardate come fissa i mobili, forse pensa che siano i suoi parenti” e scoppiò a ridere.

   Era un neonato bello grosso, con gli occhi neri. La mamma, disse: "Visto che ha sorriso ai mobili, lo chiamerò Mobli".

   A quel punto l’armadio alzò la proboscide e salutò il bambino. Gli adulti non se ne accorsero, perché erano girati, ma il piccolo Mobli lo vide bene e si illuminò di gioia.

 

 

 

 

 

… DEI FIORI

 

 

 

 

 

“Pfrfrfr! Pfrfrfr!”

   Dall'altra parte del mondo un cavallo stava sbuffando e l’infermiera che lo cavalcava faticava a convincerlo a continuare su per la ripida salita.

   “Pfrfrfr! Pfrfrfrfrfrfrfrfrfrfr!”

   Un altro cavallo si alzò sulle zampe posteriori, quasi buttando a terra la dottoressa che aveva in groppa.

   “Povere bestie, non ce la fanno più!”

   “Ma dove diavolo si è cacciata quella matta?”

   “Ha detto: al quinto bosco a destra e poi il terzo prato sulla sinistra, quello con più fiori”.

   “Eccolo allora, è quello!”

   “Finalmente!”

   “Ihhiiiiiiii!!!!” gridarono i cavalli contenti.

   In mezzo a fiori di tutti i colori c’era una donna incinta con la pelle scura, che disse: “Toglietevi quei camici bianchi e mettetevi questi vestiti da arlecchino; voglio che mia figlia nasca vedendo mille colori. L'ho sempre sognata bella e allegra come un prato”.

   Poco dopo venne alla luce una bambina che era una vera meraviglia. Aveva la pelle del colore di un cerbiatto, gli occhi viola e già in testa i primi capelli: alcuni biondi e altri rossi.

   La mamma davanti a tanta bellezza rimase senza respiro e non riusciva più a parlare. “Questo fiore sembra una bambina… no, volevo dire che questa bambina sembra un fiore. La chiamerò occhi perché sono viola, no… cioè la chiamerò Viola per il colore dei suoi occhi…” e scoppiò a piangere di felicità.

   La dottoressa teneva già da un po’ la piccola Viola in braccio, con la sua pelle morbida contro il naso, tanto che la mamma si stufò e le chiese: “Ma... la figlia è mia, posso tenerla un po’ anch’io o devo fare una domanda scritta?”

   “Sì certo, scusi, mi ero incantata, non ha il solito odore dei neonati, sembra quello di una rosa”.

   “Forse il profumo viene da quella pianta di rose” disse la mamma.

   “Quali rose?”

   “Quelle lì, dietro di voi”.

Si girarono e videro, proprio lì accanto, una grande pianta di rose rosse, gialle, bianche e rosa.

   “Ma… prima non c’erano”.

   “E’ vero, una pianta così grande l'avremmo vista”.

   “Come è possibile? Stiamo sognando?” si chiese la mamma.

   La dottoressa si avvicinò e ne prese una: “Ahiiiaaaa! No non è un sogno; le spine sono vere.”

   La piccola Viola sentì il grido, si girò, vide le rose e sbocciò in un sorriso meraviglioso di tutti i colori.

 

 

 

 

 

 

 

 

Parte prima

 

L'INCONTRO

 

 

1. TANTI AUGURI A TE...

 

Dieci anni dopo.

 

 

"Ffffffff...SCIUFF, ffffffffff...SCIAFF,

fffffffffffffffffffffffffff...SPATACIAFFFFF".

   Il mare era molto grosso quella mattina: le onde si formavano lontane, già spumeggianti, e si rincorrevano fino a rompersi contro le rocce, come bombe d'acqua, con schizzi altissimi.

   Sulla terrazza del bar del campeggio, a picco sulla scogliera, una bambina di dieci anni, con la pelle bianca come la panna e gli occhi e i capelli color cioccolato, osservava con un sorriso esagerato la furia allegra del mare. Si sentiva terribilmente attratta da quella schiuma densa, che le sembrava chiara d'uovo montata; tanto che accostò le palpebre e tirò fuori la lingua, sognando di poterla assaggiare. Una goccia le arrivò davvero in bocca, col suo deludente sapore di acqua salata; fece una smorfia schifata, aprì gli occhi e... lanciò un grido di terrore:

"AAAAAAAAAAAAAAAHHRRRGGG!!!"

   Dalla scogliera era sbucato un elicottero nero, come saltato fuori dal mare, e si era piazzato davanti a lei, enorme e silenzioso. Non faceva il solito rombo assordante, ma solo un leggero "Vvvvvvvvv", prodotto dalle eliche, che le scompigliavano i capelli. Rimase alcuni secondi immobile, come se stesse fissando proprio lei; poi si inclinò di lato e volò via di scatto, sparendo dalla sua vista.

   Lei rimase ferma, col cuore che batteva impazzito e due lacrime affacciate ai suoi occhi dolci. Se fosse successo un altro giorno sarebbe corsa dalla mamma, ma era il suo compleanno e non voleva rinunciare alla meraviglia del mare grosso per uno stupido elicottero.

In quel momento sentì cantare: "TANTI AUGURI A TE, TANTI AUGURI A TE..." e le guance bianche le si colorirono per l'emozione: qualcuno le stava facendo una sorpresa, pensò. Le voci provenivano da un gruppo di tende alla sua sinistra. Si precipitò in quella direzione, passando dietro a una rulotte e sbucò davanti a una famiglia in festa, mandando baci e strillando: "GRAZIE! GRAZIE!"

   La musica si interruppe e un gruppo di sconosciuti la guardò stupito. Si sentì una stupida totale: era un altro compleanno. Nessuno però rise o la prese in giro; il festeggiato le si avvicinò e le chiese dolcemente: "Non mi dire che anche tu sei nata oggi!"

   Lei fece un piccolissimo sì muovendo la testa verso il basso.

   Era un bambino della sua età, molto buffo, con le lentiggini, gli occhi azzurri e i capelli ricci che crescevano verso l'alto, facendolo sembrare quasi un cespuglio. Si avvicinarono anche tre enormi cani dal pelo lungo, che le leccarono i piedi e le annusarono il sedere, facendola irrigidire per lo spavento.

   "Zampa, Macchia, Morbidù; cuccia giù!" ordinò il festeggiato.

   "Non ti preoccupare, sono buoni" la rassicurò un uomo con la faccia allegra e un pappagallo sulla spalla. "Io sono Daino, suo papà" disse indicando il bambino-cespuglio, "mio figlio è un po' fissato con gli animali. Per il compleanno ha voluto un cavallo, una scimmia e un canguro".

   "Caaguru... caguru duru..." ripetè il pappagallo e padre e figlio scoppiarono a ridere.

   Solo in quel momento la bambina si accorse che c'erano animali dappertutto: gatti sui tavoli, pulcini, papere e caprette nel prato, scoiattoli sulla rulotte, una mucca legata a un palo, un canguro che prendeva il sole e una scimmia che cercava i pidocchi nella testa di una signora.

"Come ti chiami?" le chiese il bambino-cespuglio.

Lei non rispose perché era incantata dagli animali.

   "Ehi, mi senti o hai mal di denti?"

   "Scusa" ripose, guardandolo coi suoi grandi occhi color cioccolato, "stavo pensando che non e' giusto che tu hai tutti questi animali e io nessuno; mia mamma non mi vuole comprare neanche un pesciolino rosso".

   "Chiedile un delfino, è molto più carino".

   "Non mi dire che hai anche..."

   "No no, il delfino non ancora, me l'hanno promesso per i 14 anni se rinuncio al motorino".

   "Io mi chiamo Pandora" disse la bambina arrossendo leggermente.

   "Io Musli, piacere" e fece una specie di inchino che diventò una capriola.

     Per un attimo le nuvole oscurarono il sole e Pandora si mise a osservarle incantata: le adorava perché le sembravano di zucchero filato.

   "E tu Pandora, che guardi il cielo, sei ricoperta di zucchero a velo? Ih ih ih!”

   Lei indossava una maglietta gialla con delle stelline bianche: "Ma che fai, prendi in giro?"

   "No, no scusami, a me piace sempre scherzare e fare le rime. Oggi, per esempio, il canguro è saltato nella la torta del compleanno, ma io mi son fatto una risata e ho inventato una rima:

          

       La festa senza torta

       non è morta,

       il canguro al cioccolato

       non va leccato.

 

Fece un'altra capriola e ripetè: " Il canguro non va leccato; ih ih ih".

   Anche Pandora rise, non per la rima ma perché quel bambino era buffissimo; ad ogni capriola si riempiva la testa di foglie e rametti e non se ne accorgeva neanche. "E adesso come fai per la festa, senza torta?" gli chiese dispiaciuta.

   "Guarda là" le rispose, indicando una scatola di scarpe in cui erano infilate dieci candeline.

   "Oh no, che tristezza" pensò lei.

   "Oggi è domenica e le pasticcerie sono chiuse" spiegò Musli.

   "Te la do io una torta se vuoi".

   "E tu come fai? Non è anche il tuo compleanno?"

   "Io ne ho un’altra, anzi altre dieci”.

   "Adesso sei tu che prendi in giro".

   "No, no; se non ci credi vieni a vederle" aggiunse lei, sentendosi finalmente importante.

"Ok, vado a chiedere il permesso" disse Musli avvicinandosi alla signora con la scimmia in testa. "Lei è Diana, mia mamma".

"Io Pandora, piacere".

"Buon compleanno, piccola".

"Mamma, io vado alla sua tenda a vedere una mostra di torte" disse Musli ironico e si incamminarono insieme lungo il viale alberato del campeggio.

 

 

 

 

 

 

2. TANTI AUGURI A TRE  

 

 

 

Dopo pochi passi Musli le fece cenno di non far rumore perché aveva visto uno scoiattolo su un ramo.

   "Che carino, è un bignè!" sussurrò Pandora.

   "Lo vuoi accarezzare?"

   "Magari! Ma scappano sempre".

   Musli si accucciò a terra come un animale, con la faccia tra le mani e il sedere all'insù; fissò lo scoiattolo e gli disse dolcemente: "Vieni, piccolino, vieni da paparino".

   La bestiolina scese dall'albero e gli si avvicinò. Lui lo accarezzò e lo fece salire su una mano.

   "Ma tu sei magico!" esclamò Pandora.

   "Non ho nessuna magia, ma amo gli animali più di mia zia".

   Lei scoppiò a ridere, perché era super contenta di aver conosciuto quel bambino incredibile.

   "Come ti chiami?" chiese Musli allo scoiattolo.

   "Quiiiz squiiiz" squittì lui.

   "Ha detto che si chiama Squiz".

   Pandora lo accarezzò timidamente: "Ciao Squiz, Sei morbido come una nuvola" e alzò lo sguardo al cielo per cercarne una vera. Ma non c’erano nuvole e vide invece quell'elicottero nero che l'aveva spaventata poco prima. Volava basso e le diede la brutta impressione che stesse cercando proprio lei.

   Musli le toccò la spalla: "Guarda, un altro animale" e indicò qualcosa che si muoveva sugli alberi, alle loro spalle.

   "E’ uno scoiattolo?"

   Lui socchiuse gli occhi perché non riusciva a vedere bene, per via del sole che lo abbagliava: "E' troppo grande per essere uno scoiattolo".

   L'animale si avvicinava passando di albero in albero.

   "Sembra uno scimmione" disse Pandora spaventata.

   "Ma che dici! Mica siamo in Africa; qui non ci sono scimmie, a parte la mia".

   Quando fu più vicino si accorsero che aveva una maglietta colorata e i capelli lunghi.

   "E' una bambina!" gridò Pandora.

   "Non è possibile! Nessun umano sa arrampicarsi così".

   Quella strana bestia era ormai sopra le loro teste e spaventati si spostarono al centro della strada. Lo scoiattolo si infilò nel taschino della maglietta di Musli.

   L'animale si lasciò cadere a terra gridando: "BUON COMPLEANNO!"

   I due amici fecero un balzo indietro e restarono a bocca aperta. Era una bambina. Bellissima, con la pelle del colore di un cerbiatto, i capelli a ciocche gialle e rosse e gli occhi viola. Era scalza, con una maglietta color arcobaleno e i jeans a fiori, ma non disegnati, erano fiori veri incollati sui pantaloni.

   "Io sono Viola" disse con una voce melodiosa, come se stesse cantando.

   Squiz si affacciò dal taschino a guardarla.

   "Scusate se vi ho spaventato, ma vi volevo dire che anche io oggi compio dieci anni".

   "Non è possibile! Stai scherzando?"

   "No, è proprio vero. E’ così strano in tre lo stesso giorno; per quello vi ho seguito".

   "Ma scusa... come lo sapevi?" chiese Pandora.

   “Stavo giocando sugli alberi quando ho sentito cantare "Tanti auguri a te" e ho pensato che fosse per me. Mi sono avvicinata e ti ho vista gridare: "GRAZIE GRAZIE". Ho capito che erano altri due compleanni e allora sono rimasta ad ascoltare dall'alto".

   "Ma tu sei la figlia di Tarzan?" le chiese Musli serio, osservandola come si fa con gli animali allo zoo.

   Pandora si mise a ridere.

   "No, no, io adoro gli alberi e i fiori e ho sempre passato un sacco di tempo ad arrampicarmi, fin da piccolissima".

   "Sei bravissima" le disse Pandora ammirata, "beata te, mia mamma me lo proibisce perché dice che è pericoloso. Ma tu non caschi mai?"

   "A volte sono scivolata, ma mi hanno sempre fermato i rami più in basso. Credo che le piante mi vogliano bene e mi proteggano". Poi tirò fuori da dietro la schiena due gigli enormi: "Sono un regalo per il vostro compleanno". Uno giallo lo diede a Musli e uno bianco a Pandora.

   "Grazie! Ma... come facevi ad arrampicarti con i fiori in mano?"  

"No, li ho colti adesso, qua" rispose, indicando il terreno alle sue spalle.

   "Ma non c'erano".

   "Così grandi li avremmo visti prima noi".

   "Si vede che eravate distratti da me" rispose Viola con un sorriso furbetto.

   "BEEP! BEEP!" Un furgone stracarico di mobili avanzava lentamente per la stradina sterrata. Sobbalzava a ogni buca e gli armadi in alto strusciavano contro gli alberi, spezzando i rami più piccoli. A Viola non piaceva che si trattassero male le piante, prese per mano gli altri e disse: "Non spostiamoci" e formarono un cerchio al centro del vialetto.

   "BEEP! BEEP!" Il camioncino suonò ancora, ma loro non si mossero. Pandora, che non avrebbe mai osato fare una cosa del genere, strinse la mano di Viola e pensò che sarebbe stato fantastico avere un’amica così coraggiosa. A Musli invece piaceva Pandora perché era dolce e amichevole, come le bambine non sono quasi mai coi maschi.

   Il furgone si fermò e un uomo sudato si affacciò dal finestrino: "Bambini siete sordi? Questa è una strada, il girotondo fatelo da un'altra parte".

   Viola gli si avvicinò: "Non siamo sordi ma arrabbiati, perché stai rovinando tutti gli alberi".

   L'uomo scese e guardò perplesso i rami spezzati: "Porco spigolo! Non me ne ero accorto, ho caricato troppo il furgone. Ho sbagliato, ma l'ho fatto per mio figlio, i mobili sono un regalo per il suo compleanno..."

   "COMPLEANNO?!" gridarono i tre bambini.

   "Sì, oggi compie dieci anni. Perché? Cosa c’è di strano?”

"Anche noi compiamo dieci anni oggi".

   "Chi di voi?"

   "Tutti e tre".

   "State scherzando!".

   "No, è proprio così, chicchirichì” canticchiò Musli, "se ti sembra una bugia chiedilo a mia zia".

   “E’ strano ma e’ vero” disse Pandora, coi suoi occhi grandi così sinceri che l’uomo dovette crederle. Si voltò verso il furgone e chiamò: "MOBLI! MOBLI!"

 

 

 

 

3. QUATTRO AUGURI A TE

 

 

 

Uno degli armadi si apri e sbucò la testa di un bambino con i capelli neri e gli occhiali: "Che c'è papà?"

   "Scendi un attimo".

   "Non posso, sto riparando un cassetto".

   "Ci sono tre bambini che compiono gli anni oggi. Non è incredibile?"

   "Sì è strano. Fagli gli auguri da parte mia. Ciao".

   "Non li vuoi conoscere?"

   "No".

   "Certo che sei forte!" continuò il padre. "Dai, vieni! C'è anche una bambina bellissima con gli occhi viola".

   Mobli odiava suo padre quando faceva così. Quando gli parlava delle bambine carine o delle fidanzatine che avrebbe dovuto avere. "BOOOM" richiuse di scatto la porta dell'armadio e girò due mandate di chiave.

   "Mio figlio è un po' timido" si giustificò l'uomo, "non ha fratelli o sorelle e sta molto da solo. Gli farebbe bene avere degli amici".

   "Anche io sono figlio unico" disse Musli.

   "Anch'io" ripeterono insieme Viola e Pandora.

   Si guardarono tutti e quattro increduli.

   “Ci sono troppe coincidenze” disse l'uomo contento, “dobbiamo conoscerci meglio. Vi porto a vedere dov’è la nostra rulotte”.

   "Volentieri” rispose Viola, “però scarica qualche mobile, se no continuerai a fracassare i rami".

   "Ah già, dimenticavo. Voi intanto salite" e gli aprì lo sportello.

   I tre bambini si strinsero nei due sedili davanti, eccitati per tutti quei nuovi incontri. L'uomo tolse gli armadi più in alto, poi si mise al volante e partì. "Mi chiamo Guido” disse con tono amichevole, “faccio i traslochi per lavoro e spesso mi danno mobili vecchi da buttare; allora li regalo a mio figlio, che li adora". Era grosso e muscoloso, ma aveva un modo di fare calmo e pacifico. “Io e sua mamma siamo separati e lui la vede solo nei week-end, perché lei fa il pilota e vola in giro per il mondo. Mobli ha sofferto molto quando ci siamo divisi e quindi si è un po' chiuso".

   "Io mio papà non l'ho mai conosciuto, ma non per questo mi sono chiusa negli armadi" disse Viola un po' polemica, perché quel bambino non l’aveva voluta conoscere.

   "Chiuso di carattere, non chiuso negli armadi" precisò Guido sorridendo.

   "Non hai mai conosciuto tuo padre?" le chiese Pandora molto colpita.

   "Sì, è così. Mia mamma è venuta ad abitare qui quando io avevo un anno, mentre mio papà è rimasto al suo paese. Credo che non siano mai stati sposati. Lui è molto bello, l'ho visto in una foto, dicono che ha avuto molte donne. Sicuramente ho dei fratelli e delle sorelle che non ho mai visto".

   Viola lo raccontava quasi divertita, come se fosse un film, non la sua vita; invece Musli e Pandora la ascoltavano col fiato sospeso, perché al loro papà volevano un bene infinito.

   In quel momento uscì una voce dall’autoradio: "Io non vivo chiuso negli armadi" e sul parabrezza, in alto, sbucò una faccia all'incontrario, coi capelli neri e gli occhiali, che parlava dentro un microfono auricolare.

   "UHAAAARGGG". I tre bambini strillarono spaventati, mentre Guido continuava a guidare, come se niente fosse.

   "Ma è tuo figlio! Fermati! Sta per cascare" gridò Pandora.

   "Non posso cadere" si sentì dire alla radio, "ho i piedi chiusi in un cassetto e la camicia legata a un lampadario".

   "E' così" disse calmo il padre, "mio figlio ne inventa una più del diavolo, ma è molto prudente. E poi tanto siamo arrivati" concluse girando a destra e spegnendo il motore.

   Pandora, Musli e Viola si guardarono intorno meravigliati: sembravano capitati dentro il reparto mobili di un centro commerciale. C'erano decine di sedie, tavoli, divani, librerie, armadi, letti matrimoniali e a castello, lavatrici e persino un soppalco.

   "Giocateci pure, divertitevi" disse Guido indicandoli, "li ho portati apposta, se si rompono non importa". A Pandora e Musli non sembrava vero ed ebbero tutti e due l'idea di correre a saltare sul letto matrimoniale. Viola invece rimase un po' indietro perché era incuriosita da quel bambino. Anche Mobli aveva voglia di conoscerla; era stato colpito da come aveva raccontato tranquilla del padre, mentre lui si vergognava sempre a dire che i suoi erano separati. Le si mise accanto, ma non trovava le parole per cominciare.

   Viola lo trovò carino: era alto, con le spalle larghe e gli occhi neri, profondi e intelligenti. Gli disse: “Ci hai fatto prendere un colpo”.

   “Scusami, è che mi diverto a fare invenzioni strane. Ci passo intere giornate”.

   “Me ne fai vedere qualcuna?”

   “Guarda”. Prese un telecomando di cartone, coi pulsanti disegnati, lo direzionò verso un armadio e un cassetto si aprì. Viola rimase senza parole e le venne voglia di fargli vedere che anche lei sapeva fare cose speciali: si arrampicò su un albero e si lanciò sul letto matrimoniale, facendo un salto mortale in volo. Mobli trovò fantastica l’idea di buttarsi sul letto dall’alto e si misero a fare un sacco di salti, insieme a Musli e Pandora, ridendo e strillando, finché impararono a finire di rimbalzo sul tetto della rulotte di Guido. Lui uscì con una brutta faccia, perché stava riposando; ma, quando vide che il figlio aveva già fatto amicizia, fu così felice che dimenticò di arrabbiarsi. Disse invece: "Sarebbe bello festeggiare i compleanni tutti insieme; che ne dite?".

   "Siii! Siii!" risposero loro in coro, saltando giù dal letto.

 

 

 

 

 

"Nei romanzi di Andrea Bouchard l'immaginazione dei ragazzi invade e trasforma il mondo adulto, mostrando quali sono davvero le cose importanti." Rivista Andersen

Andrea Bouchard organizza a Roma dei corsi di scrittura per bambini e ragazzi e corsi di formazione e aggiornamento per genitori ed insegnanti.

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